La scuola e il rapporto genitori/figli. Trovare la giusta misura tra protezionismo e lassismo

E’ finita la scuola. Credo sia giusto fermarsi un attimo, per capire come sia cambiato, negli ultimi anni, il rapporto con i genitori dei nostri ragazzi.

In alcuni casi, e non sono pochi, genitori in gamba, consapevoli del gran lavoro educativo e culturale, svolto dai presidi e dai docenti.

Ho notato, però, in particolare quest’anno, un aumento esponenziale di situazioni, a volte difficili, con genitori in troppi casi presi di ansie eccessive nei confronti dei loro figli. Timorosi di impedire che possano anche solo sbagliare, prendersi un brutto voto od accettare una ubicazione della propria aula non proprio in un salotto. In poche parole, temere per la loro capacità di adattamento.

Come ci sono genitori che credono che la frequenza a scuola si risolva tutta in un certo utilitarismo, cioè la mera richiesta dei voti dei propri figli. Anche se sanno bene che la scuola non è fatta solo di voti.

Per una scuola, per ogni scuola, il vero toccasana è la loro presenza attiva. Nel senso di un rapporto che si possa prefigurare nei termini di una “rendicontazione sociale”.

Ma il mondo della scuola, oggi, è ancora quello vecchio, chiuso in se stesso, troppo burocratico, cioè legato alle dinamiche ministeriali, e poco attento al vissuto sociale di una “comunità locale”. Ed anche le scuole sono parte essenziale di queste comunità, non meri uffici perifici dello Stato. Proprio per questo non hanno più senso le vecchie, e purtroppo ancora attuali, modalità di gestione e di assunzione del persone, con graduatorie poco rispettose delle persone, della loro passione e della loro professionalità. Non ha più senso, cioè, come è già in tutto il mondo del lavoro, la sola anzianità di servizio.

Fonte: Tecnica della Scuola